La tradizione del “Pulgenèlle” di Castiglione Messer Marino

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La tradizione del “Pulgenèlle” di Castiglione Messer Marino

Si avvicinano i giorni di Carnevale e come da tradizione a Castiglione Messer Marino i Pulgenèlle, ovvero le antiche figure centrali della Maschera, il tipico carnevale delle zone montane e appenniniche.

In questi giorni i Pulcinella di Castiglione M.M. sono stati invitati dal Museo degli Usi e Costumi della Gente Trentina a partecipare, insieme ai narro di Bad Dürrheim (Foresta Nera, Germania), la Gnaga di Fornesighe (Veneto), il laché, il bufón e i marascóns della val di Fassa (Trentino), i lachè di Romeno (Trentino) e il carnevàl di Varignano (Trentino), al Gran Carnevale Alpino di San Michele all’Adige in Provincia di Trento.

Ma cos’è e come si svolge la “Maschera” di Castiglione?

Prima di tutto bisogna dire che sbaglia di pensa che si tratti di una pura e semplice manifestazione locale e “provinciale”. Il carnevale di Castiglione si inserire nel filone degli antichi carnevali appenninici strettamente legati alla cultura e alla civiltà montana e contadina che hanno come personaggio centrale gli Zanni (appennino reatino e ascolano), i Pulcinella di Castiglione M.M.e i Mazzaroni di Schiavi d’Abruzzo.

Si tratta, secondo l’antropologa Adriana Gandolfi, di figure tutt’altro che banali perchè appartengono alla tradizione arcaica dell’appennino centrale.

Per la Gandolfi il Pulcinella “era ed è centrale nel carnevale perché svolge la funzione di maestro di cerimonia. E’ quello che accompagna le maschere e stabilisce le soste”. “Il fatto che sia bianco e abbia il cappello a punta – continua l’antropologa – rappresenta la sua origine come rappresentazione dell’antenato morto che stava nel sottosuolo e che torna con le maschere per separare il mondo dei vivi da quello dei morti. Il bianco era il colore dei morti. Il Pulcinella riportata dal sottosuolo le figure demoniache per far fecondare la terra e poi le riportava nel sottosuolo. Anticamente i pulcinella avevano anche il viso dipinto di nero con la fuliggine, altro elemento che denotava il legame col mondo del sottosuolo.

Sull’origine e la funzione del suo cappello a punta  riccamente colorato la Gandolfi dice che “si tratta di uno dei cappelli più arcaici delle figure magiche. Il cappello a punta, già utilizzato dal Maccus nell’antica Roma, denota il contatto con l’aldilà, è lo strumento del tramite con l’altro mondo. Non è un caso, infatti, se tutte le figure dei maghi e delle streghe hanno i cappelli a punta”. 

Sulla differenza tra i Pulcinella appenninici e quello più conosciuto napoletano l’antropologa ci dice che “hanno la stessa origine sebbene quello napoletano abbia poi subito le influenze delle varie culture con le quali la città di Napoli è venuta in contatto durante la storia. Da qui la differenza tra i cappelli: quello “cuppulone” del pulcinella napoletano meno antico e arcaico di quello appenninico”.

La figura del Pulcinella è dunque una figura antichissima che svolge un ruolo fondamentale nella tradizione del carnevale appenninico che, come spiega la Gandolfi, “è un momento centrale nella vita delle genti montane e contadine” perchè  il “carnevale rappresentava anticamente il momento della catarsi e della rigenerazione dopo la paralisi e il gelo invernale”.

“Il carnevale era il ritorno sulla terra di tutte le entità del sottosuolo che erano gli antenati e gli spiriti sotterranei protettori. Nel sottosuolo i nostri antenati mettevano i semi per farli germogliare: come potevano pensare che sottoterra ci fosse il diavolo?. C’era invece il dio delle ricchezze cioè Pluto e tutte quelle che custodivano i nostri semi”.

Il Carnevale, continua la Gandolfi, aveva anche “un’altra importante funzione. Era una storta di valvola di sfogo per le genti montane. In quei giorni si verificava una vera e propria ribellione controllata e autorizzata contro il potere e le angherie che subivano i contadini. Durante il carnevale, come nei Saturnalia dell’antica Roma, i ruoli si invertivano: il padrone diventa servo e il servo padrone. Era possibile prendere in giro i potenti e da qui il carattere irriverente e licenzioso del carnevale”.

“Per questa ragione il seppure osteggiato dalla Chiesa veniva da questa tollerato”. In particolare, osserva la Gandolfi, “l’ostilità della Chiesa derivava dal carattere licenzioso che caratterizzava il carnevale e che per certi versi caratterizza ancora oggi quello di Castiglione. Il fatto che questa festa fosse una festa di rigenerazione portava all’inversione dei ruoli con gli uomini che si travestivano da donne o all’esaltazione dei caratteri sessuali e cioè vitali“.

 Il fatto che durante il carnevale ci fossero, e ci sono, uomini che si travestono da donne non è, dunque, solo un gioco legato al travestimento e all’ironia ma è un elemento culturale che ha origini antiche e una ben precisa ragione propiziatoria.

Per la Gandolfi preservare il carnevale appenninico significa da un lato “conservare una delle tradizioni che meglio si è conservata rispetto al passato” e dall’altro mantenere vivo “un momento di comunione e incontro che aiuta le comunità locali a rinsaldare i legami sociali in un periodo in cui questi vanno sfaldandosi“.

Da diversi anni a Castiglione Messer Marino il gruppo che organizza il carnevale sta cercando di riportare in vita questa tradizione e come ci dice Domenico, del comitato “la Maschera”, “l’invito del Museo delle genti trentine, è un importante riconoscimento di questo lavoro anche se molto resta da fare”.

Per cui, se durante i giorni di carnevale volete divertivi e fare un viaggio nelle tradizioni più antiche dell’Abruzzo montano, venite a divertivi con “la Maschera” e i “Pulgenèlle” di Castiglione Messer Marino.

 

Ph Domenico Fangio e Piero Roberto Sciartilli (foto carnevale anni’70)

Di Tino Colacillo

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